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PREMIO MARIA MOCCI

INTERVENTO DEL PROF. SALVATORE CERASUOLO

SAFFO, IL TIASO, LA POESIA. RIFLESSIONI SUL TEMA OGGETTO DEL CERTAMEN




Questa prima edizione del Certamen costituisce un contributo concreto alla conoscenza e alla diffusione della cultura classica tra i giovani, impegno costante di Maria Mocci Cosenza. Plaudo all'iniziativa dell'istituzione del "Premio Maria Mocci", assunta da un gruppo di docenti del Liceo Classico Statale "Umberto I", dal prof. Paolo Cosenza e dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Come presidente della Delegazione napoletana dell'Associazione Italiana di Cultura Classica ho dato la mia adesione e il mio appoggio all'iniziativa, per cui ho accettato di buon grado l'invito dei docenti dell' "Umberto I" di esprimere alcune riflessioni sul tema oggetto del Certamen.

Allorché mi recai, su invito degli amici docenti dell' "Umberto I", ad assistere alla prova del Certamen fui colpito favorevolmente dall'elevato numero di studenti partecipanti e con piacere seppi che essi avevano conseguito la votazione di 8/10 in greco. Quindi studenti eccellenti che sono stati messi a contatto con testi di poesie frammentarie della poetessa Saffo. Con intelligenza i docenti dell' "Umberto I" hanno scelto che la prova di traduzione dei versi di Saffo potesse essere svolta sia in prosa sia in una resa poetica.

Il problema delle traduzioni artistiche è annoso ed ha interessato la cultura italiana in particolare tra la fine dell'Ottocento e gli inizi degli anni Quaranta del Novecento, quando vide la luce la traduzione dei Lirici greci di Salvatore Quasimodo. Tra questi due termini si collocano le riflessioni di Benedetto Croce sul problema, affidate al volume La poesia del 1936. Croce è il massimo rappresentante europeo della concezione della "intraducibilità" della poesia da una lingua in un'altra. Per Croce ogni espressione poetica è unica e assolutamente non ripetibile. A differenza delle traduzioni tecnico-scientifiche, che nelle varie lingue impiegano una terminologia fissa e stabilita, è impossibile nel travaso da una lingua in un'altra rendere il colorito, l'armonia, il suono del linguaggio originale di una poesia, pur in una prosa letteraria e artistica. Per Croce le traduzioni artistiche sono ricreazioni: il traduttore nel rendere in altra lingua il testo poetico deve ricrearlo dentro di sé, per cui le traduzioni poetiche finiscono per assumere un valore poetico in sé, acquistano una originalità nuova.

Nel 1940 Salvatore Quasimodo pubblicò il volume Lirici greci, con un saggio introduttivo di Luciano Anceschi, professore di estetica. Era un evento inedito che un poeta, che fino ad allora aveva aderito all'ermetismo, e che non era né grecista né latinista di professione, si cimentasse nella traduzione di testi antichi. Nel Chiarimento alle traduzioni Quasimodo scrive che bisogna superare la terminologia classicheggiante, che impiega termini come "opimo", "pampineo", "rigoglio", "fulgido", "florido", per rendere invece la voce poetica degli antichi e non il valore grammaticale delle frasi della lirica antica. Il poeta procede ad una resa "equilirica" , intendendo la restituzione della voce dei poeti greci e non la versificazione, la quantità, l'esattezza delle parole, la corrispondenza dei termini delle loro poesie in lingua italiana.

Quando ci accostiamo al mondo poetico di un poeta dell'antica Grecia è come se intraprendessimo un viaggio verso un luogo lontano nel tempo e nello spazio. E' l'esplorazione di un mondo remoto che presenta attitudini, caratteri, modi di pensare e di vivere completamente diversi dai nostri. Questo costituisce il fascino derivante dall'incontro con i testi classici greci e latini. Per capire quelle pagine dobbiamo per così dire spogliarci delle nostre categorie mentali, delle nostre opinioni comuni, dei nostri pregiudizi. E' l'unico modo per comprendere il mondo in cui è vissuta e ha agito Saffo, che è nata intorno al 640 (o 610) a.C. Certo, Saffo ama, soffre, gioisce, è gelosa, invidia, si arrabbia, contempla la natura nelle sue manifestazioni con sentimenti e stati d'animo che proviamo anche noi che viviamo nel XXI secolo. Eppure questi sentimenti e queste emozioni sono vissuti da una donna pienamente calata nella vita del VII-VI secolo a.C. Per capire Saffo e il suo mondo dobbiamo per così dire toglierci le lenti con cui siamo abituati a focalizzare gli eventi, gli uomini, il mondo del nostro tempo. Questi occhiali sono metaforicamente rappresentati da quasi duemila anni di Cristianesimo. Ancora Benedetto Croce nel 1942 scrisse un articolo intitolato Perché non possiamo non dirci cristiani. Per capire Saffo dovremmo mettere da parte la nostra educazione cristiana. In nostro aiuto viene la filologia classica, la ricerca e lo studio storico del mondo antico. Il vero studioso dell'antichità non è colui che si accosta al mondo antico per paura, disdegno e ignoranza del mondo moderno. Il vero filologo è colui che è calato nel mondo moderno, vive i suoi problemi e si chiede come i greci e i romani antichi hanno affrontato i medesimi problemi. Certamente non pensa che forme della vita antica siano riattualizzabili.

Su Saffo è stato scritto moltissimo. I licealisti interessati possono trovare facilmente ottimi strumenti di studio in lingua italiana, a partire dal contributo di Bruno Gentili, La poesia dei tiasi nel vol. II di Storia e civiltà dei Greci oppure consultando il volumetto SAFFO, Poesie, nella BUR, con una articolata introduzione di Vincenzo Di Benedetto e le tradizioni annotate di Franco Ferrari, o rivolgendosi ad una storia della letteratura greca come quella di Giulio Guidorizzi, La letteratura greca. Testi Autori Società, L'età arcaica, nella quale le poesie superstiti di Saffo sono precedute da quadri illustrativi. Chi si rivolge alla rete trova nel sito Einaudi scuola una utile Enciclopedia dell'antico a cura di Franco Montanari e la voce Saffo scritta da Federico Condello. La medesima voce Saffo è ben trattata nel corrente Dizionario della civiltà classica.

       La prima domanda che un licealista si pone è: che cosa era un tiaso?
Se cerchiamo il termine thiasos nei vocabolari della lingua greca scopriamo un fatto interessante. Le prime attestazioni di thiasos risalgono a due secoli dopo il tempo in cui è vissuta Saffo. Ciò significa che Saffo non ha mai indicato con questa parola la scuola o il suo circolo di iniziate al culto di Afrodite. Le prime attestazioni del sostantivo thiasos si trovano in Erodoto e numerose in Euripide, in particolare nella tragedia Baccanti, nella quale si celebrano i tiasi dionisiaci, vale a dire i seguiti delle donne affiliate al culto di Dioniso. Indicando con tiaso la cerchia femminile in cui opera Saffo pecchiamo di anacronismo, anche se ormai giustificato da un uso generale.

       La seconda domanda che si pone il nostro licealista è: quali sono le peculiarità del tiaso in cui opera Saffo?
Dalle testimonianze indirette e dall'analisi delle sue poesie possiamo indicare alcuni aspetti del tiaso saffico:

I. carattere religioso e cultuale del tiaso diretto da Saffo e posto sotto l'egida di Afrodite, nel cui culto la poetessa esplica un ruolo quasi sacerdotale.

II. composizione esclusivamente femminile del tiaso con caratterizzazione panellenica. Le fanciulle accorrevano a Lesbo da tutte le località del mondo greco.

III. rapporto pedagogico vigente nel tiaso in senso molto ampio, perché il legame che unisce Saffo alle fanciulle ha un'indubbia valenza omoerotica. Su quest'ultimo aspetto concordano tutti i recenti studiosi di Saffo e Di Benedetto nell'introduzione al citato volume della BUR intitola il cap. 2. Le esperienze omosessuali. In età arcaica era un costume vigente non solo a Lesbo, ma anche a Sparta, come dimostra il Partenio di Alcmane ( su cui vedi il citato lavoro di B. Gentili).

Questo legame amoroso è sostanziato di pratica poetico-musicale, che trova la sua espressione in canti corali, cui partecipava il tiaso, guidati da Saffo, che è anche poetessa corale al di là del cliché che la indica unicamente come corifea del canto monodico. La deità sotto il cui segno si svolgono queste cerimonie è Afrodite e attributi della dea sono la charis (grazia) e l'abrosyne (raffinatezza), che costituiscono il traguardo cui tende la vita culturale e spirituale del tiaso saffico, e soprattutto la seduzione. Afrodite è la dea della seduzione, che conduce gli uomini nella dimensione magica dell'amore. Quando impieghiamo la parola "amore" indichiamo con un termine unico un fenomeno che per i Greci metteva in azione dinamiche psichiche diverse, che erano poste sotto il segno di due divinità: Afrodite ed Eros. Nella famosa Ode ad Afrodite la poetessa invoca la dea "tessitrice di inganni" come la forza che mette in atto le armi della seduzione per conquistare la fanciulla da cui Saffo è stata sedotta. La dea le si presenta benevola e viene in suo aiuto, come altre volte. Afrodite sorridente nel volto immortale domanda a Saffo che cosa desidera ad ogni costo con il suo cuore folle. La poetessa è in preda alla follia d'amore e la dea è pregata di esaudire il suo desiderio, facendo in modo che la persona amata ceda al suo amore.

Saffo, però, conosce anche la potenza di Eros, il dio del desiderio erotico. Afrodite conquista la persona amata, attirandola a sé e concedendosi. Afrodite sovrasta al principio femminile dell'amore, secondo il sentire dei greco. Eros, invece, è il desiderio che vuole ghermire, prendere in maniera violenta, è la pulsione erotica incontrollabile. E' il principio maschile dell'amore. Saffo canta Eros in maniera drammatica. È una forza possente, inevitabile che pervade l'intero essere, sconvolgendolo al punto da porlo in conflitto con se stesso: "Squassa Eros | l'animo mio, come il vento sui monti che investe le quercie" (Guidorizzi). Canta Saffo in un frammento, e ancora: Eros che scioglie le membra mi scuote | nuovamente: | dolceamara invincibile belva" (Guidorizzi). Il termine "belva" traduce il saffico orpeton, che in attico è herpeton, da una radice che ritroviamo nel verbo herpo (in latino: serpo), che significa "strisciare". Eros è un serpente, che s'insinua nell'anima, è una belva, un mostro. Eros è lysimeles "scioglie le membra", è un fuoco interiore, una febbre che sfibra il corpo e l'anima dell'innamorato. Infine Eros è definito glykypikron "dolceamaro" o meglio "dolcepungente", un originale epiteto ossimorico, che indica lo stato d'animo di chi è trafitto dai colpi di Eros e sperimenta nella psiche il conflitto e la mescolanza della soavità e del tormento dell'amore.

Queste poche considerazioni non hanno certamente la pretesa di spiegare il fenomeno Saffo, ma solo indicare la sua complessità, che non si può affrontare unicamente con gli strumenti della critica letteraria. Al di là delle formule che hanno ingabbiato la figura di Saffo (educatrice in un collegio per ricche fanciulle, contestatrice del preponderante ruolo maschile, femminista ante litteram, romantica poetessa che canta in solitudine le pene e le gioie dell'amore), la sua poesia ci parla da un passato remotissimo, che dobbiamo interrogare con gli strumenti che le moderne discipline ci mettono a disposizione. Solo così, accostandoci al suo mondo, possiamo capire Saffo, che Alceo, suo compatriota, apostrofò con le parole: "O Saffo dalle trecce color viola, o veneranda dal dolce sorriso".


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