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SALVATORE CERASUOLO

RICORDO DI MARIA MOCCI COSENZA


     Il 25 febbraio 2006 un male, che Maria Mocci Cosenza aveva affrontato e sembrava avere debellato, ha privato l'Associazione Italiana di Cultura Classica della sua fervida presenza e attività.
     Maria Mocci, nata a Napoli il 12 novembre 1926, si era laureata in lettere classiche nel 1947 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Napoli, discutendo una tesi su «L'Hecyra terenziana e il problema della sua derivazione» sotto la guida di Francesco Arnaldi. Nel 1950 conseguì il Diploma di perfezionamento in Filologia classica presso la medesima Facoltà, elaborando una tesi finale dall'impegnativo argomento «Le traduzioni dei Vangeli di Matteo, Marco e Luca prima della revisione di san Girolamo». Già dai titoli delle due tesi emerge un tratto caratteristico degli studi della Mocci, che rivolse i suoi interessi al mondo antico in lingua greca e in lingua latina ed inoltre alle interazioni delle culture espresse nelle due lingue classiche.
     Avviatasi alla carriera di insegnante, vinse il concorso bandito con D.M. del 27 aprile 1951 per una cattedra di lettere greche e latine. La Mocci era particolarmente orgogliosa di questo successo, perché dové superare una prova molto ardua di fronte alla commissione formata dal grecista Vittorio De Falco, dal latinista Virgilio Paladini e dal filologo Marcello Gigante, nostro compianto presidente per molti lustri.
     In prima nomina insegnò lettere greche e latine nel liceo «B. Croce» di Torre Annunziata (NA) per poi passare ad occupare la medesima cattedra nel Liceo-ginnasio «Umberto I» di Napoli, ove ebbe numerose responsabilità negli organi scolastici e concluse la sua carriera di insegnante.
     La Mocci ha ricoperto cariche importanti in seno alla nostra Associazione sia a livello locale che nazionale: fu Segretaria della Delegazione Napoletana dal 1977 fino alla morte; nel 1989 fu eletta Tesoriera Nazionale dell'A.I.C.C. e ricoprì tale carica fino al 1994 e da quest'anno fu ininterrottamente Segretaria Nazionale.
     Maria Mocci fu soprattutto un'insegnante impegnata nell'inculcare nei suoi studenti la conoscenza delle lingue greca e latina e della cultura classica. A questo scopo nel corso di un quarantennio pubblicò numerosi testi scolastici. Il primo apparve a Napoli nel 1956 per i tipi dell'editore Morano e reca il titolo Latini sermonis experimenta. Il sottotitolo chiarisce che è una raccolta di «Temi di versione in latino e dal latino con o senza note corredati di nozioni generali di sintassi e di stile». Il volume era destinato agli studenti dei licei, classico e scientifico, e a quelli degli istituti magistrali superiori. Maria Mocci voleva corrispondere a due esigenze, da lei lucidamente indicate nell'Introduzione al volume: fornire ampio materiale per le esercitazioni e guidare lo studente nell'arduo lavoro di traduzione, specie quello definito «insormontabile» della versione dall'italiano in latino. Maria Mocci è ritornata in seguito sul problema della traduzione dalle lingue classiche antiche, mostrando un approfondimento e un arricchimento delle scelte dei brani da offrire in traduzione agli allievi e un ampliamento degli scopi assegnati al tradurre.
     Del 1957 è l'antologia, pubblicata presso l'editore Morano di Napoli, intitolata Doctae dulcesque Camenae, contenente alcune Bucoliche e passi scelti dalle Georgiche e dall'Eneide. Nella Collezione di classici greci e latini «Traditio», diretta da R. Cantarella e B. Riposati, della Società Editrice Dante Alighieri, Maria Mocci pubblicò nel 1960 il testo introdotto e commentato del libro XXIII dell'Iliade, il canto dei funerali di Patroclo.
     Agli eventi della storia romana e ai suoi narratori più eminenti, Tacito e Livio, Maria Mocci dedicò più studi. Dell'opera storica di Tacito prescelse il libro I degli Annali, che commentò nel 1961. Sulle tracce del volume di Ettore Paratore (Tacito, Milano 1951), la Mocci percorre il racconto dello storico romano, ponendosi in una posizione critica rispetto alla esposizione e all'analisi delle vicende prospettate da Tacito. Questo dissenso dalla prospettiva tacitiana è ribadito in un articolo che scrisse successivamente sulla rivista «Scuola viva» nel numero del 1º febbraio 1965, intitolato Il principato di Augusto: restaurazione della repubblica o imposizione di una monarchia? (pp. 15-21).
     Nel volume dedicato al libro I degli Annali di Tacito, oltre alla Introduzione scritta dall'Autrice, troviamo una Premessa a firma di Marcello Gigante. Il testo è breve e denso di tensione ideale: «Con questo commento ad uno dei testi più drammatici della prosa romana [...] M. Mocci arreca un notevole contributo all'esegesi ampia e precisa di Tacito per la scuola italiana. Al consapevole impegno, che presiede alla sua fatica e al suo amore dell'Antico, possano arridere il solidale consenso dei Colleghi educatori e l'ansia di apprendere dei nostri licealisti. Napoli, gennaio 1961». Questo primo incontro intellettuale tra Marcello Gigante e Maria Mocci era destinato ad incrementarsi e per le loro personalità per alcuni aspetti coincidenti nel senso del dovere, nella dedizione all'insegnamento, nell'amore per lo studio del mondo antico e per il comune lavoro per l'Associazione Italiana di Cultura Classica. Nella loro collaborazione si attuava anche uno degli ideali e degli scopi che si era prefisso Girolamo Vitelli nel fondare la nostra Associazione nel 1897: l'incontro e l'interazione tra università e scuola secondaria superiore e tra docenti e discenti. La presenza di Gigante nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Napoli a partire dall'anno accademico 1968-1969 come professore ordinario di Grammatica greca e latina e poi di Letteratura greca esercitò la sua influenza sulle scelte culturali di Maria Mocci. Nel 1970 ella pubblicò l'ultima antologia dedicata ad un autore latino: Seneca (Antologia delle «Epistole a Lucilio», Signorelli Editore, Roma).
     Nell'Introduzione all'antologia intitolata Dall'Ecuba e dalle Troiane (Morano, Napoli 1974) leggiamo: «Può darsi che Euripide, attraverso il tormento e le oscillazioni del dubbio, abbia raggiunto, verso la fine della sua esistenza, la consapevolezza del valore religioso della vita, governata dal νόμος, che è saggezza e giustizia« (p. 17 sg.). Questa osservazione critica è ripresa dal volume di Gigante ΝΟΜΟΣ ΒΑΣΙΛΕΥΣ (Napoli 1956, rist. Napoli 1993, p. 210 sgg.) citato in nota (p. 18, n. 11) che resta uno dei suoi lavori più alti e ispirati. Quest'antologia mostra ancora una volta come Maria Mocci non fosse chiusa nel solo mondo della scuola secondaria, ma ampliasse i suoi orizzonti attraverso una vigile osservazione e un aggiornamento delle sue conoscenze.
     Interesse particolare riveste l'antologia degli storici greci intitolata ΙΣΤΟΡΙΚΟΙ ΛΟΓΟΙ (Liguori, Napoli 1986) per la scelta non consueta degli autori. Accanto a Erodoto, Senofonte e Plutarco troviamo Appiano e Diogene Laerzio. Sulla scelta di offrire allo studio le vite di Solone e di Pitagora di Diogene Laerzio influì certamente la lettura dell'opera di Gigante dedicata al biografo greco. Ne è spia l'assunzione da parte della Mocci della rivalutazione dell'opera di Diogene operata da Gigante, dopo secoli di svalutazione delle Vite dei filosofi da parte dei filologi classici e degli storici della filosofia antica [1].
     Il contributo più importante fornito da Maria Mocci alla conoscenza della cultura antica è la pubblicazione, insieme a Italo Gallo, dell'opuscolo plutarcheo La gloria di Atene, che vide la luce nel 1992, come volume 11 del «Corpus Plutarchi Moralium» [2]. II titolo greco, che compare in alcuni manoscritti, chiarisce anche sul contenuto del libello Se Atene sia più gloriosa per le imprese guerriere o per la cultura. L'apporto di Maria Mocci fu sostanziale, perché a lei si devono l'intera Introduzione, ad eccezione del cap. 7 trattante la tradizione manoscritta e i criteri editoriali opera di I. Gallo, editore del testo, la traduzione, buona parte del dovizioso commento e gli Indici. La Mocci accoglie la dimostrazione di Ziegler, che il libello, giuntoci privo dell'inizio e della conclusione, sia opera giovanile di Plutarco, da ascriversi al genere della declamazione retorico-epidittica su un argomento sofistico con le caratteristiche dell'encomio e della diatriba. Recitato dinanzi ad un pubblico scelto, e per lo stile e per la materia trattata esso è ben lontano dalle trattazioni filosofiche che connotano la grandezza di Plutarco. Nell'operetta Plutarco sostiene la sconcertante tesi che la gloria di Atene non sia dovuta all'opera dei suoi grandi artisti e degli uomini di cultura sibbene alle imprese dei suoi politici e dei suoi condottieri. Infatti sono le gesta dei politici e dei militari ad aver offerto materia di rappresentazione ai pittori e agli storici, la cui grandezza va misurata secondo il grado di approssimazione alla realtà di cui sono stati capaci. In questa concezione Plutarco mostra la sua adesione alle tesi platoniche svalutative della poesia definita imitazione di un'imitazione, in quanto secondo il filosofo l'arte è copia della realtà a sua volta copia dell'idea iperuranica contenente la sostanza vera del tutto. Anche la svalutazione dell'opera degli storici si pone nel medesimo solco del pensiero platonico. All'influenza platonica è dovuta inoltre la censura plutarchea del teatro, che Platone giudicava immorale e diseducativo in alcune sue espressioni, specie la commedia, e la condanna che Plutarco commina allo strapotere degli attori e alla inanità del dispendio di risorse investite nelle rappresentazioni sceniche. Maria Mocci sviscera tutte queste problematiche, come pure evidenzia carenze stilistiche e inesattezze di citazioni da parte di Plutarco, indicando il valore positivo del trattatello nel desiderio di esaltare Atene in un campo considerato esclusivo appannaggio dei Romani dominatori e nel presentare l'azione incisiva di Atene anche nelle vicende politiche e militari del passato greco. Non meno impegnativo è stato il lavoro di Maria Mocci nella stesura del Commento, che deve essere considerato il primo eseguito esaustivamente.
     A questi indubbi meriti si deve associare la considerazione che l'opera fu pubblicata quando Maria Mocci aveva 66 anni di età, per cui essa è frutto della sua maturità piena e la sua realizzazione dové richiedere non poco sforzo all'autrice.
     Mi piace pensare, a mo' di conclusione, che anche a questo lavoro, che coronò la sua vita di studiosa, la nostra compianta Maria Mocci avrebbe potuto premettere le parole che scriveva nel 1986 nella Prefazione alla sua antologia di storici greci, e che riassumono i suoi ideali e la sua azione: «Mi auguro che questo libro, che vede la luce in un periodo difficile per il Liceo Classico e per l'insegnamento del Greco in particolare, [...] sia [...] di aiuto nella battaglia [...] per la tutela degli studi classici, fondamento e patrimonio insostituibile della cultura europea» [3].


SALVATORE CERASUOLO



N O T E

     1. L'antologia intitolata Μοῦσαι comprendente i lirici, gli epigrammatisti e Platone (Il Tripode, Napoli 1994) presenta qualche interessante novità nella scelta di alcuni autori. Infatti tra gli epigrammatisti troviamo Leonida di Taranto, Teodorita di Siracusa e Filodemo di Gadara. È noto che questi poeti furono attentamente studiati da Marcello Gigante nell'ambito della sua rivisitazione della civiltà letteraria della Magna Grecia. A loro dedicò saggi basilari, che non mancano di apparire, insieme ad altri, nella ricca e aggiornata bibliografia premessa all'antologia.

     2. Cfr. la recensione di G. BURZACCHINI, «Eikasmos» 3 (1992), pp. 407-409.

     3. In memoria di Maria Mocci è stato istituito un Certamen, promosso dal marito prof. Paolo Cosenza, dal Liceo-ginnasio «Umberto I», dalla Delegazione Napoletana dell'AICC e dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. La prima edizione si è tenuta nell'anno scolastico 2006/2007.



Estratto da «Atene e Roma», Fasc. 2-3, 2006, pp. 49-52.

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