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MARIA LUISA CHIRICO

LA FONDAZIONE DELLA RIVISTA «ATENE E ROMA» E LA FILOLOGIA CLASSICA ITALIANA

     Nell'aprile del 1903, in occasione del Congresso internazionale di Scienze Storiche, tenutosi a Roma, Ettore Stampini, nella sua relazione Sul movimento filologico in Italia rappresentato dalle pubblicazioni periodiche degli ultimi decenni, sottolineava l'elemento di novità emergente dalla simultanea comparsa in Italia, nel giro d'un trentennio, di numerose riviste specialistiche di filologia classica [1].
     Il fenomeno, destinato a ripetersi nel primo e nel secondo dopoguerra [2], appariva all'allora direttore della «Rivista di Filologia e di Istruzione classica» segno sicuro di progresso scientifico dei nostri studi, finalmente affrancati da un ritardo plurisecolare.
     Lo Stampini riteneva fondamentale l'impulso che la rivista da lui diretta aveva dato all'avvio di questa stampa periodica di stretto respiro filologico [3].
     Se si dovesse oggi ritentare (o tentare ex novo) una storia degli studi classici fra Otto e Novecento attraverso le riviste, il percorso sarebbe, probabilmente, più articolato: non c'è solo emulazione del modello torinese, o «frantumazione della speculazione filologica in ricerche analitiche» [4]; il fenomeno riflette anche e lascia trasparire le linee di intersezione che si affiancano e talvolta si sovrappongono nel dibattito culturale di quegli anni, nel contatto, ora concorde, ora discorde, ma sempre produttivo, dei gruppi intellettuali, nel confronto - che più spesso diventa scontro - fra scuole e capiscuola.
     Le riviste di quei decenni, ma soprattutto degli anni 1882-1898 - dagli «Studi» del Piccolomini al «Museo» del Comparetti, dal «Giornale» del Ceci e del Cortese alla «Rivista» del Tropea, al «Bollettino» del Valmaggi [5] - pur nella loro effimera vita, e forse proprio per questo, rivelano una situazione in forte movimento e documentano, oltre che il progresso degli studi classici, lo sforzo di un'intera generazione impegnata nel tentativo, qualche volta ingenuo o velleitario, ma sempre generoso, di indicare una via italiana alla filologia classica.
     La nascita, nel 1898, di «Atene e Roma», organo ufficiale della «Società italiana per la diffusione e l'incoraggiamento degli studi classici», riassume i tratti di questa vicenda.
     Nel 1872 la «Rivista di Filologia e di Istruzione classica», proponendo il modello tedesco, aveva dato l'avvio al dibattito ampio che si articolò sulle pagine di quei periodici [6] a distanza di venticinque anni circa, la «Società per la diffusione e l'incoraggiamento degli studi classici» sembrò ricondurre ad unità quel dibattito. Mediante il «Bullettino» tutta la filologia accademica e ortodossa si attestò unitariamente su posizioni di difesa, sotto l'ala protettrice e rassicurante del Vitelli, di fronte all'ondata di polemiche che si abbatteva su Firenze, sull'Istituto di Studi Superiori - vera e propria roccaforte, agli occhi dell'Italia umbertina, del metodo tedesco - e rischiava di travolgere, nel giudizio di quei filologi, il risultato di tanti anni di lavoro «metodico».
     All'indomani dell'unità d'Italia, la volontà della filologia classica di partecipare all'opera di rifacimento di una coscienza e di una dignità nazionali si affianca, nel programma lanciato da Domenico Pezzi e da Giuseppe Müller [7], ad un'opzione per il modello tedesco, opzione destinata ad avere un eccezionale peso nella storia dei nostri studi. La scelta, che, del resto, riflette le tendenze dell'orientamento politico e culturale dell'Italia di quegli anni [8], investiva il duplice problema del rinnovamento degli studi classici e dell'adeguamento dei sistemi pedagogici, in uno sforzo di ammodernamento che se, complessivamente, risultò proficuo nel campo della ricerca scientifica, anche per le reazioni che determinò, diede invece esiti di maggiore incertezza nell'àmbito del dibattito sulla istruzione secondaria, favorendo sostanzialmente la conservazione di quella dicotomia fra scienza e scuola, fra ricerca filologica e insegnamento del latino e del greco che sopravvisse poi nelle pagine di «Atene e Roma» [9].
     Il monopolio della «Rivista» nel panorama filologico nazionale durò dieci anni: fra i giovani studiosi quelli che non ebbero la possibilità in quel decennio di compiere l'apprendistato scientifico all'estero, poterono acquisire unicamente su quelle pagine gli strumenti della filologia straniera (tedesca soprattutto, è quasi superfluo sottolinearlo) e seguire le prime tappe degli studi classici. Ampie rassegne bibliografiche e articoli per lo più non originali, ma compilatori gettarono le basi della nuova scienza filologica italiana [10].
     Il primo a denunziare i limiti della «Rivista» e a prenderne in certo senso e definitivamente le distanze fu Enea Piccolomini, autore dei pochi articoli non rielaborativi apparsi in quegli anni sul periodico torinese [11]. Il Programma con cui fu presentata la breve serie degli «Studi di filologia greca» nel 1882, nella stessa Torino della «Rivista», s'ispirava, sulla linea della Prolusione pisana del 1875 [12], ad una concezione degli studi classici che si era formata alla scuola italiana del Ferrai e a quella berlinese del Kirchhoff e del Mommsen: fedele ad essa il Piccolomini reagiva alla mania bibliografica e al compilatorismo della «Rivista» e rivendicava l'esigenza di studi approfonditi sui testi [13]. Gli «Studi» del Piccolomini ebbero breve vita ma le ragioni del dissenso persistettero: lo studioso continuò negli anni ad astenersi da ogni forma di collaborazione con la «Rivista», intensificando, invece, i suoi rapporti con la scuola vitelliana. Fu presente, infatti, quasi costantemente nelle prime sei annate degli «Studi» del Vitelli con ricerche originali oltre che con lavori di raccolta di materiali di studio e, soprattutto, inaugurò con un articolo su Bacchilide, il nuovo Bacchilide rivelato dai papiri, il primo numero di «Atene e Roma». Se la collaborazione agli «Studi» avveniva nell'orma dell'adesione alla filologia formale di Gotofredo Hermann, professata a chiare lettere nella Prolusione del '75 e praticata negli «Studi di filologia greca», la presenza del Piccolomini nel «Bullettino» con lavori su autori «nuovi», Bacchilide, appunto, e Menandro, accompagnati da traduzione in «versi lirici non rimati» (Bacchilide) [14], con interventi testuali confinati nelle note, corrisponde ad una scelta di divulgazione non disgiunta da intento polemico.
     Sulle pagine di «Atene e Roma» nel 1899 fa risentire la sua voce a Firenze Domenico Comparetti. Si era conclusa già da diversi anni l'esperienza del «Museo italiano di Antichità classica», il periodico fondato da Comparetti nel 1884, la prima rivista di filologia classica apparsa a Firenze [15].
     Condirettore in quegli anni col Müller della «Rivista», il filologo prendeva le distanze dai limiti metodici del periodico che dirigeva (e che continuò a dirigere, senza peraltro più collaborarvi) e suggeriva con il «Museo» un'altra ipotesi per la filologia italiana: non compilatorismo, non feticismo bibliografico, ma nemmeno critica congetturale a tutto spiano [16].
     La polemica, diretta contro gli «Studi» di Enea Piccolomini, coinvolgeva naturalmente anche il Vitelli, sia pure in termini non espliciti: gli «Studi» vitelliani, apparsi nel 1893, non ricevettero mai contributi dal Comparetti [17].
     Le tre annate del «Museo» si muovono in tutt'altra direzione: è la direzione dell'ultimo Comparetti, che, come lasciandosi alle spalle il Virgilio del '72, guarda con sempre maggiore esclusività all'epigrafia, all'archeologia, alla papirologia, alle discipline della Enziklopädie [18].
     La sua presenza, con ruoli di prestigio, nella «Società» e nel «Bullettino» [19], riflette il nuovo corso: il primo dei contributi comparettiani apparso nella seconda annata di «Atene e Roma», dal titolo Sull'iscrizione arcaica scoperta nell'antico comizio romano, si muove sulla linea tracciata nelle pagine del «Museo». E l'anno successivo, quando assume la direzione del periodico, succedendo al Vitelli, il Comparetti, in una lettera programmatica ai Soci, rivendica e sollecita studi divulgativi non solo sulla letteratura, ma anche sulla «scienza, la legislazione, la religione, le arti plastiche, le antichità pubbliche e private» dei Greci e dei Romani. E, tuttavia, in quella stessa annata, offre un saggio di chiarezza esemplare proprio con uno studio sulla letteratura: un lungo articolo sulle Ecclesiazuse di Aristofane, in cui la grande competenza filologica del Comparetti si traduce in un risultato di comunicazione immediata che riconferma il tono di giusta misura della sua Introduzione alle Nuvole del Franchetti [20].
     Piccolomini e Comparetti, ma anche Gaetano Columba, che aveva in quegli anni maturato l'esperienza di un'altra rivista, la «Rassegna di Antichità classica» [21], furono presenti, con ruolo e vocazioni diversi, nella «Società» e nel suo «organo di diffusione ».
     E con loro, in prima linea, Vitelli e tutta la sua scuola, la scuola dell'Istituto superiore di Firenze, con le sue diramazioni, scuola che si era ormai consolidata intorno ad un'altra gloriosa testata, gli «Studi italiani di Filologia classica». Apparsi a Firenze, nell'o Atene d'Italia» circa vent'anni dopo la «Rivista di filologia», nel 1893, gli «Studi» del Vitelli si pongono di fronte alla «Rivista» torinese non in posizione di antitesi, ma di completamento e di avanzamento: si trattava di sottolineare, o di esaltare, in quel discorso complessivo di rinnovamento degli studi filologici in Italia, il momento hermanniano, il ruolo della critica congetturale, ma anche di indicare alla filologia italiana i compiti più immediati, la ricerca nelle biblioteche del materiale di lavoro, i codici inesplorati, il bisogno di collazioni, di edizioni critiche italiane di autori antichi [22].
     «Atene e Roma», apparsa cinque anni dopo, non fu solo il pendant divulgativo degli «Studi» vitelliani, terreno di riscontro, sul piano dell'accessibilità, del risultato del lavoro altamente tecnico e specialistico degli uomini dell'Università di Firenze. Questa formula del pendant, già operante nell'Ussani [23], e ancora presente nel recente e finora unico tentativo di tracciare una storia di «Atene e Roma» [24], come tutte le semplificazioni, comporta grossi rischi: non solo la liquidazione di ogni tentativo di valutazione storica della rivista nella sua vicenda complessiva (impresa oggettivamente difficile, se si considera l'elemento di durata del periodico, ma certamente non inutile, come è stato mostrato per altre riviste altrettanto e più longeve) [25], ma anche l'indifferenza a isolare tratti limitati e momenti particolari che, opportunamente ridefiniti, possono restituire alla rivista la sua fisionomia originale e complessa: nella storia di «Atene e Roma», come nella storia di tutti i periodici, il momento più caratterizzante è certamente quello dell'origine.
     L'asse portante del «Bullettino» furono, indubbiamente, gli uomini che lavoravano col Vitelli, il Festa, il Ramorino, il Piccolomini [26], uomini che in quegli stessi anni dispiegavano la loro scienza filologica sulle severe pagine degli «Studi»; è anche probabile che alcuni fra di loro, i più giovani, cominciassero forse ad avvertire la necessità di una presenza più partecipe e dialettica, l'esigenza di confrontarsi non solo con i risultati della filologia straniera, ma anche con quanto si produceva in Italia dentro e fuori le Università - e certamente la rigorosa impostazione degli «Studi», da cui, ad esempio, furono sempre escluse le recensioni, come ebbe a sottolineare con una punta di orgoglio Giorgio Pasquali tanti anni dopo [27], costituiva un limite in questa direzione.
     Tutto ciò è vero, ma è altrettanto vero che il grosso sforzo organizzativo ed anche economico, affrontato dal Festa, dal Ramorino, dal Milani, era finalizzato non solo e non tanto ad un intento di divulgazione, ma ad un proposito di difesa [28] e, al tempo stesso, di recupero. In un momento cruciale della nostra storia culturale la fondazione di «Atene e Roma» assume un significato particolare che la differenzia dalle precedenti esperienze: per la prima volta la nuova filologia, nata dalla svolta degli anni '70, è costretta a riflettere, ad intervenire. La crisi del positivismo e l'emergere di tendenze multidirezionali, di avanguardia e di retroguardia, cominciavano a ripercuotersi anche sugli studi classici, facendo esplodere le contraddizioni e le insufficienze della nostra filologia, che non sono più insufficienze di methode, ma di storia, di pensiero e di arte [29].
     La nuova dimensione dell'Antico rivelata dal Pascoli nella Prefazione alla sua Lyra (1895) e, ancora prima, lo stesso classicismo-umanesimo carducciano, il Pindaro del Fraccaroli (1893) e, in quello stesso anno della nascita del «Bullettino», la recensione di Ettore Romagnoli al Lucrezio del Giussani hanno come denominatore comune il fastidio e l'insofferenza per le famose «pietruzze», per le analisi che non producono sintesi, per i contributi parziali che hanno segnato un'epoca della filologia italiana, conferendole un carattere di incomunicabilità, oltre che di incompletezza [30].
     Siamo ancora lontani dalle polemiche che si scateneranno nel primo decennio del nostro secolo e che degenereranno nell'ignobile gazzarra suscitata durante il primo conflitto mondiale [31]. I segni della «bancarotta del positivismo» sono solo percepibili. Eppure gli uomini del Vitelli, più che il Vitelli stesso, intesero bene, sia pure con ritardo, rispetto alla storia, il rischio di questi primi segnali.
     La «Società» che fondarono nel 1897, sul modello forse della «Società filologica ungherese» [32], porta i segni di questa «riscossa» nella quale era stata abilmente coinvolta tutta la filologia italiana. «È istituita - si legge nello Statuto - una Società italiana la quale si pro-pone di diffondere e incoraggiare gli studi dell'antichità classica in tutte le sue manifestazioni letterarie, artistiche e scientifiche, e nelle sue attinenze con le letterature e la civiltà moderna». Era il trionfo della genericità [33]: in quella formulazione programmatica che non affermava primati di scuola e non poneva preclusioni di sorta si poteva riconoscere la filologia classica italiana in tutte le sue articolazioni. Studiosi dal passato e dal futuro diversi, il Comparetti e il Piccolomini, Vitelli, Gandino e gli uomini della «Rivista» ritennero di poter convivere nella «Società», ognuno con la propria voce e la propria specificità. Le differenziazioni emerse negli anni precedenti si risolvevano ora, o sembravano risolversi, in questa crociata intrapresa per la conservazione di un primato, il primato della scienza nata in Italia con il nuovo corso positivista.
     Era un'immagine di compattezza fittizia destinata a dissolversi ben presto: la mancanza di un progetto che ridefinisse la funzione della cultura classica e il ruolo dello studioso del mondo antico inficiò in partenza ogni reale possibilità di coesione. Vitelli continua su quelle pagine a richiedere studi «minuti e pazienti» contro le «geniali costruzioni e divagazioni» che «per quanta vernice abbiano di filologia, di archeologia e di scienza storica, saranno spesso e volentieri castelli in aria» [34], sollecitò studi sui testi e, soprattutto, indagò sui papiri [35]: credo anzi che la traccia più significativa della sua presenza nel «Bullettino» sia da ricercare proprio in quest'opera di promozione degli studi papirologici [36], strettamente associabile ad un «sano» nazionalismo: sulle pagine delle prime annate di «Atene e Roma» prese gambe il progetto della fondazione di una «Società italiana per la ricerca dei papiri greci e latini in Egitto» che mettesse l'Italia al passo con le grandi nazioni europee [37]. L'impegno per la presenza italiana nelle campagne di scavo a Creta porta il segno del Comparetti [38].
     Ettore Romagnoli inizia sulle prime annate di «Atene e Roma» la parabola dalla filologia scientifica alla filologia come arte: rivendica in una recensione serietà di studi e rigore di ricerca, si perde affascinato in un articolo dietro l'ipotesi di una commedia-fiaba dello Zielinski. Parla di musica antica e, naturalmente, traduce: un'ode di Bacchilide, brani di Aristofane, frammenti di poeti alessandrini. Nicola Festa, elogiativamente recensito dal Krumbacker per il suo Lascaris, tace su Bacchilide e propone testi bizantini e della tarda grecità [39].
     I filologi portavano su quelle pagine la serietà del loro metodo di studio, ma non riuscivano a liberarsi dalle «ombre sacre», non riuscivano a venir fuori dai recinti dell'hortus conclusus in cui si erano volontariamente, ma forse necessariamente, segregati [40].
     Un'impronta particolare rivela sin dalle prime annate del «Bullettino» la presenza di Ermenegildo Pistelli [41]: è l'impronta della sua formazione eterodossa. Vitelliano adottivo, il Pistelli proviene da un'esperienza diversa, la scuola degli Scolopi, quella scuola che avviò anche Giovanni Pascoli al dialogo col mondo antico [42]. La sua voce consente di ripercorrere canali di collegamento che non vanno sottovalutati se si vogliono caratterizzare più sottilmente i primi passi di quest'impresa nel tessuto storico-culturale di quegli anni: il collegamento, intendo, con le prime esperienze decadenti, con il gruppo fiorentino del «Marzocco» [43], che «Atene e Roma» ebbe alleato nell'intento di «propagare fra le persone colte l'amore e il gusto della cultura classica», secondo le parole dello Statuto. La convergenza che si stabilisce fra le due riviste porta il segno della mediazione del Pistelli e del suo legame con Pascoli [44].
     La maggior parte degli interventi di M. Pier Léon de Gistille (anagramma del Pistelli) in difesa degli studi classici e a favore del Festa nella polemica Festa-Fraccaroli appaiono sul «Marzocco», come sul «Marzocco» furono pubblicati gli scritti di Girolamo Vitelli, raccolti poi nel volume Per gli studi classici e per l'Italia [45]. L'incontro può apparire singolare se si guarda al proposito di estetismo antipositivista a cui si ispira il Programma, scritto «a quattro mani» dal D'Annunzio e da Gargano [46]: è in ogni caso indicativo di una situazione in fieri assai contraddittoria.
     La richiesta di arte di cui si sostanzia la polemica antifilologica fra Otto e Novecento è un processo assai complesso: ai margini, nel nostro caso, del percorso rettilineo che conduce dal «Baretti» (il giornale scolastico torinese che nel 1874 levò la sua protesta contro il metodo della «Rivista» sotto la bandiera dell'arte: «Arte, arte, questo è il nostro grido di guerra») al «Marzocco» e al Romagnoli [47], si delineano tracciati secondari, destinati presto ad essere riassorbiti nell'alveo principale, ma non certo meno significativi. Così, l'esperienza del «Marzocco», prima di congiungersi con il Romagnoli, o, comunque, con i filologi antitedeschi e nazionalisti del primo conflitto mondiale [48], vive momenti di grande sintonia con il gruppo di piazza San Marco, soprattutto quando la direzione viene assunta da Adolfo Orvieto, fratello di Angiolo, «ingegno capace», come è detto in una recensione su «Atene e Roma», «di comprendere l'antichità» [49].
     Il problema non è nuovo [50]: c'era da parte degli uomini del «Marzocco» di cui Prezzolini ricorderà «il rispetto per le reliquie dell'antichità» [51], la deferenza, quasi una forma di soggezione, per i professori dell'Istituto superiore, la coscienza, comunque, di non potersi sottrarre al confronto con quella generazione di maestri [52]; c'era forse anche la consapevolezza che le ragioni dell'arte, così come essi le intendevano, contatto diretto con la creazione artistica, senza implicazioni di giudizio morale e sociologico, non erano estranee all'esperienza culturale del maestro, di Vitelli. Il severo e arido emendatore di testi sapeva rendere nella lettura, nel contatto diretto con gli allievi, la bellezza poetica di un autore antico con grande sensibilità artistica [53]. Con «il suo modo di leggere i poeti» - ricordò De Robertis -, la sua capacità di «crear l'aria intorno alle parole» Vitelli affascinava gli «irregolari», De Robertis, appunto, Cecchi e Serra [54]. C'era anche, da parte della «base del Marzocco» l'apprezzamento per il carattere di «intervento» del «Bullettino»: «coloro che fino a ieri parevano chiusi e affogati nei codici - si legge nel settimanale - escono alla luce del sole, discutono e lottano per un alto ideale di cultura» [55].
     Dall'altro lato, da parte di «Atene e Roma», questa strana interferenza di scienza ed arte, di positivismo e decadentismo [56] tradisce la volontà dei filologi di recuperare il ritardo [57], per lo meno sul terreno dell'arte: ed era effettivamente la concessione più facile e indolore che potessero fare ai tempi. Venature decadentistiche o vagamente irrazionalistiche si colgono nelle prime annate di «Atene e Roma»: l'interesse per la musica, per le rappresentazioni musicate di tragedie, la poesia alessandrina, l'attenzione con cui vengono seguiti Pascoli e D'Annunzio, la presenza di Borgese, la comparsa di Nietzsche, la sua teoria dell'origine della tragedia, i rapporti con Wagner sono coincidenze che fanno riflettere [58].
     Erano accomunati ancora, gli uomini di «Atene e Roma» e gli uomini del «Marzocco», da una concezione altamente aristocratica della cultura, che nasceva da un atteggiamento di grande moderazione sul piano politico e si traduceva nel ripudio di tutto il nuovo emergente sul piano sociale.
     Ma, soprattutto, al di là di Pistelli o dei fratelli Orvieto, al di là anche delle ragioni di opportunità che sollecitarono le convergenze dei due gruppi, il punto di sutura mi sembra sia da individuare in una scelta culturale di fondo: la rinuncia degli uomini del «Marzocco» al «Pensiero» - come sottolinea Delia Frigessi [59] - compromette e preclude ogni forma di impegno per l'intellettuale, per la definizione del suo ruolo, caratterizzando in negativo l'esperienza del «Marzocco» rispetto a quelle, di poco posteriori, del «Leonardo» e di o Hermes »; la filologia classica post-unitaria, dimentica della lezione risorgimentale, aveva operato un'analoga rinuncia a rimeditare nel classico, nell'antico le ragioni della sua adesione al presente, al divenire della storia [60].
     Alla luce di questa intrinseca debolezza che si traduceva poi nell'incapacità di proporre un modello educativo [61], non stupisce che i due gruppi, alleatisi nella battaglia contro il materialismo e l'utilitarismo, contro i detrattori degli studi classici, «i parolai che hanno sempre in bocca le scienze e i tempi nuovi», come si esprimeva Pistelli, siano scivolati nei vecchi errori dell'umanesimo e della retorica [62].
     La polemica per gli studi classici, iniziata all'indomani stesso della unità d'Italia, registra negli ultimi anni del secolo il punto di maggiore tensione [63]. L'inadeguatezza della legge Casati, la mancanza in Italia di una tradizione di insegnamento del greco - e, soprattutto, del greco e del latino insieme -, la insufficienza di una tradizione umanistica rinverdita dal Vallauri erano stati i temi dibattuti negli anni Settanta sulla «Rivista» [64].
     L'eredità di un impegno su questo terreno viene raccolta da «Atene e Roma» ed è un'eredità difficile [65].
     La «Società per la diffusione e l'incoraggiamento degli studi classici», nell'àmbito del programma sancito dallo statuto, si impegna «principalmente a propagandare fra le persone colte l'amore e il gusto della cultura classica combattendo le contrarie tendenze» e «prende in esame le questioni riguardanti l'insegnamento delle discipline classiche nelle scuole secondarie e superiori».
     Si trattava, per un verso, c i difendere gli studi classici dalle polemiche dei detrattori, i Chiarini, i Martini, i Fornelli [66], ma soprattutto gli uomini di governo, i ministri, che, pressati dalle necessità scientifico-tecniche di una società che viveva le prime esperienze industriali e dalle richieste di scolarizzazione di masse sempre più numerose, continuavano ad apportare confusi ritocchi alla legge Casati [67].
     D'altro lato, si trattava di riprendere il tentativo già avviato negli anni Settanta di ammodernare l'insegnamento del latino e del greco, adeguandolo ai progressi della scienza filologica.
     L'orientamento complessivo dei classicisti italiani, filologi e professori delle scuole, si coglie con chiarezza nell'inchiesta promossa nell'agosto del 1901 sulle pagine del «Bullettino» [68]. La minaccia di abolire o attenuare il greco negli istituti classici (che poi si concretizzò nel decreto Orlandi del 1904 con l'opzione fra greco e matematica in secondo liceo) è il tema concreto su cui vengono chiamati a pronunziarsi filologi, matematici, politici e insegnanti di liceo.
     Rispetto ai dati emersi trent'anni prima nell'inchiesta Scialoia [69], i classicisti italiani appaiono più disponibili a riconsiderare l'ipotesi di una maggiore articolazione della scuola secondaria; l'atteggiamento di chiusura emerso a quell'epoca di fronte alla possibilità di istituire una scuola secondaria senza greco, sul modello del Real-gymnasium tedesco [70], comincia a dare segni di cedimento. La «bassezza infinita delle turbe» che hanno invaso le scuole classiche, ne ha compromesso il carattere fortemente elettivo e selettivo: è questa agli occhi del Vitelli la ragione unica della debolezza attuale degli studi classici [71]. Per rimediarvi, per ricacciare quelle masse, D'Ovidio propone una biforcazione del liceo, Zambaldi propone di aprire all'Università gli istituti tecnici, Scialoia consiglia di ritardare l'insegnamento del latino alla terza ginnasiale, Costanzi suggerisce di anticipare, invece, lo studio del greco nelle prime classi ginnasiali, per poi lasciare gli studenti liberi di proseguirlo al Liceo [72].
     L'anno successivo, rispondendo all'ennesima inchiesta ministeriale, promossa dal ministro di turno, il Cortese, la «Società», in base alle indicazioni emerse, si dichiarò favorevole all'istituzione di altri tipi di scuole superiori, con possibilità di accesso all'Università, a condizione che si conservasse in esse «quanto più sarà possibile di classicismo» [73]: lo spirito di quel documento, al quale si oppose, coerentemente, con una lettera aperta il Gandino [74], non pub valutarsi col metro della «sensibilità storica» [75]: era anche questa una scelta di difesa. L'assenza di ogni apertura alle esigenze di una società che muta suggerisce di imboccare l'unica strada possibile per salvare il prestigio della scuola classica, la strada dell'isolamento, attraverso la rimozione «della folla che... la aduggia e la intristisce» [76].
     Le preoccupazioni erano accresciute da altri segnali: la battaglia contro la scuola media unica vide i classicisti porsi in posizione di contrasto rispetto alla Federazione degli Insegnanti, preoccupati com'erano, soprattutto, di arginare il processo di «confusione» che quella riforma avrebbe, a loro avviso, prodotto [77].
     Nel 1923 la riforma Gentile sembrò interpretare queste istanze bocciando l'ipotesi della riforma della scuola media e restituendo alla scuola classica il ruolo di scuola-principe, aristocratica e selettiva, ma isolata dal resto dell'istruzione secondaria [78]. A quell'epoca, però, gli uomini di «Atene e Roma» avevano rinunciato da anni a ogni proposito di lotta.
     Emergeva ancora, nei dati di quella inchiesta del 1901, il problema del rapporto fra la ricerca scientifica e l'istruzione secondaria. I filologi, vittoriosi nell'opera di rinnovamento della scienza classica, dovevano misurarsi con una realtà scolastica che, pur profonda-mente modificata e aggiornata rispetto agli anni Settanta (e valga a questo proposito la testimonianza di Francesco D'Ovidio quando, intervenendo contro Ferdinando Martini, ricordava, con una punta di affettuoso compatimento, l'insegnamento del greco che impartiva a Napoli Tommaso Semmola) [79], sembrava tuttavia inadeguata al progresso degli studi scientifici.
     Così, se appare completamente superato, negli interventi pervenuti alla direzione del «Bullettino», il rimpianto, assai vivo all'epoca dell'inchiesta Scialoia, per le vecchie grammatiche umanistiche del Donato o della scuola padovana e nessuno protesta più contro il Curtius [80], giustamente Ermenegildo Pistelli ravvisava in questo dato un elemento di nuova arretratezza: nella scuola non giungeva nessuna eco dei progressi della glottologia, né degli studi sui dialetti greci che si moltiplicavano in quegli anni [81].
     Se i filologi, su quelle stesse colonne di «Atene e Roma», leggevano i frammenti papiracei di Bacchilide e Menandro, illustravano monete ed epigrafi, i professori delle scuole superiori, liberatisi finalmente dalla dittatura di Senofonte (che aveva fatto levare la protesta del D'Ovidio nel 1876 al grido di Abbasso Senofonte!) [82], rispettano e riflettono nelle letture i canoni della tradizione classicistica. Si leggono Eschilo e Sofocle, si legge poco Euripide, si leggono Lisia, Isocrate e Demostene. L'antico, rimeditato quasi sempre nella sola dimensione letteraria, si ferma a Platone [83]. L'impegno, di informazione e di aggiornamento che viene profuso nel « «Bullettino», non solo attraverso gli articoli, ma anche nella rubrica delle recensioni, non sembra compensato da risultati adeguati.
     Più sfumate emergono dall'inchiesta le linee di contrapposizione fra umanisti, filologi e utilitaristi, assai marcate nei risultati dell'inchiesta Scialoia [84], inclinanti ora verso un'ambigua forma di bipolarismo. La commistione tra metodo filologico e retorica scolastica è un altro degli aspetti singolari, da studiare e da approfondire, di questa inquietante fase della nostra civiltà letteraria.
     La filologia ha sconfitto l'umanesimo vallauriano nella promozione della coscienza di una indissolubile unità del mondo greco e del mondo latino [85]: la reazione sdegnata che si leva unanime di fronte alla minaccia di abolizione del greco è sostenuta, in tutti gli interventi, dalla lucida certezza che la scomparsa del greco segnerà la scomparsa del latino, che non è più praticabile l'ipotesi del latino senza greco.
     Eppure, il classicismo alla Vallauri sembra serpeggiare sottilmente. Il greco viene difeso in quest'inchiesta con motivazioni diverse: ora ci si appella alle «nostre tradizioni», ora prevale l'interesse per l'arricchimento linguistico, ora si parla di non meglio precisate ragioni «ideali» [86]. Al fondo traspare, però, la forza della vecchia critica retorico-esclamativa, aperta alla scienza ma fuori della storia [87].
     Prima di rivivere nell'antifilologia di Ettore Romagnoli [88], la tradizione umanistica sembra uscire vittoriosa dal congresso di Milano dove fu avanzata, accanto alla richiesta di introdurre la numismatica nelle scuole, la proposta di ritornare agli esercizi di versificazione latina. Il Salvemini giustamente osservava che «i peggiori nemici della scuola classica sono certi classicisti» [89].
     Se l'origine può indicare un destino, «Atene e Roma», nata con queste ambizioni e con questi condizionamenti, si dibatté per molti anni nel tentativo di imboccare la via giusta della promozione reale degli studi classici e del raccordo col mondo della scuola: i convegni, il dibattito sulle traduzioni, la polemica Vitelli-Romagnoli [90], ma anche la sistematicità o la ripetitività con cui a ogni cambio di direzione (Vitelli - Comparetti - Ramorino - un comitato di sette studiosi con Ermenegildo Pistelli redattore - nel 1906 Nicola Festa - dall'anno successivo, fino al 1919, Paolo Emilio Pavolini) viene riaffermata la validità dell'obiettivo originario tradiscono l'insufficienza dei risultati conseguiti.
     Il vizio evidentemente era nelle premesse, nella mancanza di un progetto complessivo che motivasse lo studio delle lingue morte inserendole nel circuito vivo della cultura e della storia.      All'indomani del primo conflitto mondiale, quando molti miti si sono infranti e altri ne nascono, più pericolosi, il clima culturale cambia e cambia la filologia classica.
     Nel 1920 la direzione di «Atene e Roma» viene affidata a Luigi Pareti, non più uno studioso della scuola vitelliana, ma un allievo di Gaetano De Sanctis.
     Ha inizio la seconda fase di «Atene e Roma» [91].




N O T E

     1. La comunicazione è nel II volume degli Atti del Congresso Internazionale di Scienze Storiche (Roma 1905), pp. 175-183.
     2. Per questo problema cf. E. GABBA, Il secondo cinquantennio della "Rivista di Filologia e di Istruzione Classica", "RFIC" 100 (1972), p. 446 ss. e M. GIGANTE, Introduzione ai primi trenta anni della "Parola del Passato" (Napoli 1977), p. 7 s.
     3. Cf. STAMPINI, op. cit., p. 177.
     4. Questo è il giudizio di V. USSANI, Lingua e Lettere Latine (Roma 1921), p. 6.
     5. Le riviste apparse tra la fondazione della "RFIC" e la nascita degli "SIFC", alle quali fanno riferimento lo Stampini e l'Ussani, sono sette: 1) "Studi di filologia greca" (1882) fondati da E. Piccolomini; 2) "Museo italiano di Antichità classica" (1884) fondato da D. Comparetti; 3) "Giornale italiano di filologia classica" fondato da L. Ceci e G. Cortese (1886); 4) "Biblioteca della scuola italiana" fondata da G. Finzi (1889); 5) "Bollettino di Filologia classica" fondata da G. Cortese e L. Valmaggi (1894); 6) "Rivista di Storia antica e scienze affini" fondata da G. Tropea (1895); 7) "Rassegna di Antichità classica" (1896) fondata da G. Columba. Di queste riviste solo il "Bollettino" del Valmaggi sopravvisse fino al secondo conflitto mondiale. Importanti elementi di valutazione su questi periodici forniscono S. TIMPANARO, II primo cinquantennio della "Rivista di Filologia e di Istruzione classica", " RFIC" 100 (1972), p. 420 ss. e M. GIGANTE, Per la storia degli "Studi", "SIFC" III s., 1, p. 10 ss.
     6. Cf. TIMPANARO, op. cit., p. 420 Ss.
     7. Il programma, che si legge riprodotto anche nello Stampini, ha una parte fonda-mentale nell'ampia trattazione del Timpanaro (op. cit.).
     8. Cf. F. CHABOD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (Bari 19622) e I. CERVELLI, Cultura e politica nella storiografia italiana fra Otto e Novecento, "Belfagor" 24 (1969), p. 66 ss.
     9. Cf. M. RAICICH, Gli studi classici nell'Ottocento, "Belfagor" 19 (1964), p. 231. 10      10. Cf. TIMPANARO, op. cit., p. 404 ss.
     11. Sulla filologia di E. Piccolomini, cf. TIMPANARO, op. cit., p. 418 ss.
     12. La prolusione, dal titolo Sulla essenza e sul metodo della filologia classica, apparsa nel 1875 nella "Rivista Europea" tentava di conciliare le esigenze della filologia formale con l'indirizzo storico del Wolf e del Boeckh: cf. TIMPANARO, op. cit., p. 418 s. Il respiro ampio di questo programma si riduce poi nella pratica, come lascia pensare lo stesso Timpanaro (op. cit., p. 420), ad una sempre maggiore attenzione per la filologia formale, probabilmente per influsso di Girolamo Vitelli.
     13. Il Preambolo insiste molto su questo punto e, anche se la "RFIC" non viene nominata, il riferimento è chiaro: cf. TIMPANARO, op. cit., p. 420 n. 2.
     14. L'attenzione per il Bacchilide rivelato dai papiri è costante nelle prime annate di "A. e R."; in qualche fascicolo compare anzi una rubrica dal titolo Bacchylidea.
     15. Nel 1890, quando cessarono le pubblicazioni, la rivista del Comparetti fu ripresa e continuata dai "Monumenti antichi pubblicati per cura della R. Accademia dei Lincei": cf. STAMPINI, op. cit., p. 178.
     16. Sul fastidio di Comparetti per la filologia formale, oltre che per il carattere informativo e bibliografico della "Rivista", cf. S. TIMPANARO, Domenico Comparetti, in "I critici", coll. diretta da G. GRANA, I, p. 501 ss.
     17. La rottura fra Comparetti e Vitelli, com'è noto, avvenne sul terreno papirologico: cf. S. TIMPANARO, Comparetti, Vitelli, Hemmerdinger, "Belfagor" 33 (1978), p. 701 s. Del tutto forzata è la lettura di Terzaghi, quando sostiene che la "duplice ere dità, filologica ed archeologica (di "Museo"), fu raccolta da un lato dal Vitelli, il quale iniziò la serie degli "Studi Italiani di Filologia Classica"... dall'altro dal Milani con i suoi "Studi e Materiali di Archeologia e Numismatica": cf. La filologia classica a Firenze, in Prometeo (Torino 1966), p. 23. Cf. anche, per il carattere non comparettiano degli "Studi", GIGANTE, Per la storia degli "Studi" cit., p. 10.
     18. Cf. TIMPANARO, Domenico Comparetti cit., p. 503, ma, soprattutto, G. PASQUALI, Domenico Comparetti, in Pagine stravaganti vecchie e nuove, ora in Pagine stravaganti I (Firenze 1968), p. 18 ss.
     19. Presidente della "Società" dal 1899 al 1908, diresse il "Bullettino" nel 1900: cf. A. RONCONI, Gli Ottant'anni di "Atene e Roma", "Nuova Antologia" nr. 2132, ott.-dicembre 1979, p. 210. L'interesse del Comparetti per l'impresa mi sembra si sia esaurito molto presto: si ha l'impressione che il grande filologo si lasci trascinare in questa vicenda stancamente. L'impronta comparettiana che mancò alla "RFIC" (cf. TIMPANARO, Il primo cinquantennio cit., p. 409) è ravvisabile in "Atene e Roma" solo nel settore epigrafico; è assente, invece, il Comparetti dai dibattiti sugli studi classici o sulle traduzioni.
     20. Cf., per questo giudizio positivo, A. LA PENNA, La Sansoni e gli Studi sulle letterature classiche in Italia, nel vol. Testimonianze per un centenario. Contributi a una storia della cultura italiana 1873-1973 (Firenze 1974), p. 84.
     21. La rivista, nata a Palermo nel 1896 non si protrasse oltre il 1898. "La "Rassegna" del Columba si proponeva - scrive lo Stampini -... di seguire il movimento degli studi riguardanti l'antichità greco-romana, e di prendere in esame le questioni più importanti che si erano sollevate o si andavan sollevando nel campo di questi studi" (cf. op. cit. p. 182).
     22. Per gli "SIFC" cf. GIGANTE, Per la storia degli "Studi" cit.
     23. Cf. USSANI, op. cit., p. 8. Il Terzaghi (op. cit., p. 23) presenta il "Bullettino" come una sorta di pendant non solo divulgativo, ma anche di minore impegno.
     24. Mi riferisco all'articolo di A. Ronconi, dal quale apprendiamo della esistenza di un opuscolo pubblicato a Firenze nel 1913 presso la tipografia Ariani, dal titolo "Atene e Roma" 1897-1913. Per il problema in esame, cf. RONCONI, op. cit., p. 212.
     25. Penso, naturalmente, agli articoli di Timpanaro e Gabba per la storia della "Rivista" torinese.
     26. Cf. RONCONI, op. cit., p. 209. La partecipazione di Nicola Festa è ben attestata nelle Lettere di Nicola Festa a Girolamo Vitelli, a c. di M. GIGANTE, nel vol. Nicola Festa. Atti del Convegno di Studi Matera, 25-26-27 ottobre 1982 (Venosa 1984), pp. 105-106. Analogo entusiasmo non ebbe, credo, il Vitelli che, anni dopo, commemorando il D'Ovidio, ricordava senza particolare esaltazione quel periodo: G. VITELLI, Francesco D'Ovidio e la filologia classica, "Nuova Antologia" 16 marzo 1926, pp. 126-128.
     27. Cf. G. PASQUALI, Troppe riviste! , "La Cultura" 9 (1930), p. 643.
     28. In questa direzione interpretativa orienta P. TREVES, Lo studio dell'antichità classica nell'Ottocento (Milano-Napoli 1962), p. 1120 e L'idea di Roma e la cultura italiana del secolo XIX (Milano-Napoli 1962), p. 302 e p. 340.
     29. Cf. M. GIGANTE, Valgimigli e la filologia classica del secolo XX, "PdP" sett.-ott. 1964, pp. 388-389 e LA PENNA, op. cit., p. 107.
     30. Cf. GIGANTE, Valgimigli cit., p. 389 e TREVES, L'idea di Roma cit., p. 328 s.
     31. La cronistoria della polemica Vitelli-Romagnoli con tutte le propaggini è nella Nota Bibliografica di T. LODI, in appendice a G. VITELLI, Filologia classica... e romantica (Firenze 1962).
     32. L'ipotesi che la Società filologica ungherese abbia potuto costituire un probabile modello mi viene suggerita dal fatto che nel primo fascicolo la seconda parte (quella riservata, secondo lo Statuto, alle "recensioni, comunicazioni, notizie, ecc. ") viene inaugurata da un articolo di R. VARI, La filologia classica in Ungheria nel 1893, tèso, sin dalle prime parole, ad esaltare il progresso degli studi classici prodotto dalla suddetta Società e dal suo "Giornale universale di Filologia " ("Atene e Roma", a. I, 1898, 30 ss.).
     33. Le parole di saluto Ai nostri lettori di G. VITELLI, lungi dal rivelare orientamenti programmatici, come accade di solito quando si iniziano le pubblicazioni di un periodico, confermano l'impressione di indeterminatezza.
     34. Così si esprime nella recensione a Euripides. Hippolytos con introduzione, commento ed appendice critica di AUGUSTO BALSAMO (Firenze 1899) nel fasc. 6 del I anno, 303.
     35. È da sottolineare, come del resto già fece il Terzaghi (op. cit., p. 23) che Vitelli pubblicò il primo papiro su "Atene e Roma" (a. IV, 1901, 73 ss.).
     36. Vorrei a questo proposito ricordare che nel 1905 c'è un lungo articolo di C. O. ZURETTI, Per gli scavi di Ercolano in cui si richiede l'intervento dello Stato per la ripresa degli scavi: cf. coll. 33-53.
     37. Cf. per la storia della fondazione della "Società italiana per la ricerca dei papiri greci e latini in Egitto", P. A. CAROZZI, Alle origini della "Società italiana per la ricerca dei papiri greci e latini in Egitto", "A. e R." 1982, pp. 26-45. Un riferimento anche in M. GIGANTE, Per l'unità della scienza papirologica, in Atti del XVII Congresso Internazionale di Papirologia, I (Napoli 1984), pp. 5-28, sp. p. 16.
     38. Cf., ad es., le Notizie di epigrafia greca di S. Ricci, "A. e R." a. I, nr. 2 (1898), 92-95.
     39. Per gli interventi di Ettore Romagnoli, cf. "A e R" a. I, nr. 2, 97-99; a. I, nr. 3, 161-164; a. I, nr. 4, 177-186; a. I, nr. 6, 278-283; a. II (1899), nr. 11, 177-200. Per Nicola Festa, recensito dal Krumbacker, cf. "A. e R.", a. I, nr. 3, 159-161.
     40. Così si esprime un anonimo corrispondente (xy) in "A. e R.", a. VIII (1905), nr. 47, 168. Su questo motivo ha insistito Piero Treves nei due volumi ricciardiani.
     41. Per Ermenegildo Pistelli cf. PASQUALI, op. cit., vol. cit., pp. 26-39. Un ricordo del padre scolopio è anche in N. TERZAGHI, I professori dell'Ateneo, in L'Otto-Novecento. Libera cattedra di Storia della civiltà Fiorentina (Firenze 1957), p. 302.
     42. Cf. TREVES, Giovanni Pascoli, in L'idea di Roma cit., p. 299 s.
     43. Per il Marzocco", cf. G. CAPRIN, Il "Marzocco", in L'Otto-Novecento cit., pp. 213-229, R. BERTACCHINI, Le Riviste del Novecento (Firenze 1980), pp. 24-27 e S. GENTILI, Trionfo e crisi del modello dannunziano (Firenze 1981), pp. 13-83. Un riferimento preciso anche in E. GARIN, La cultura italiana fra '800 e '900 (Roma-Bari 19764), p. 91.
     44. Il Pascoli fu molto presente sul "Marzocco": cf. CAPRIN, op. cit., p. 215 s. Per il rapporto, invece, di Pascoli con "Atene e Roma", cf. TREVES, Giovanni Pascoli cit., p. 308 s.
     45. Il volume fu pubblicato a Campobasso nel 1916.
     46. Cf. CAPRIN, op. cit., p. 213 s. e GENTILI, op. cit., p. 14.
     47. Su questa indicazione e sulle notizie relative al "Baretti", cf. M. RAICICH, Le polemiche sugli studi classici e l'inchiesta Scialoia, "Belfagor" 18 (1963), ora in Scuola cultura e politica da De Sanctis a Gentile (Pisa 1981), p. 309.
     48. Cf. M. RAICICH, Il professore nella scuola italiana, "Belfagor" 15 (1960), p. 619 n. 21.
     49. I fratelli Orvieto, profondamente legati al Vitelli, parteciparono anche all'impresa della costituzione della "Società italiana per la ricerca dei papiri": cf. CAROZZI, cit., p. 31. Sul ruolo svolto da Angiolo e Adolfo Orvieto nel "Marzocco" di cui furono i fondatori, cf. CAPRIN, op. cit., p. 217 s. La citazione è in "A. e R.", a. II, nr. 7 (1899), 33.
     50. Lo ha riproposto, dalla parte del "Marzocco", S. GENTILI, op. cit., p. 55 ss.
     51. Cf. G. PREZZOLINI, La coltura italiana (Firenze 1923), p. 149.
     52. Cf. GENTILI, op. cit., p. 55 ss.
     53. Su questo aspetto si soffermò già G. PASQUALI, Gli studi di greco in Italia (1900-1925) , quando affermò che il Vitelli conciliava due qualità "che paiono contraddittorie...: l'abnegazione del grammatico alessandrino... con un ingegno che si direbbe meramente artistico". La rassegna, apparsa nel "Leonardo" il 20 dicembre 1925 e il 20 gennaio 1926, è stata ripubblicata in "Belfagor" 28 (1973). Il passo citato è alla p. 168.
     54. Cf. S. TIMPANARO, De Robertis e la filologia, "L'approdo letterario" X, nr. 25 (gennaio-marzo 1964), p. 31.
     55. Cf. La fisionomia d'un convegno. I classicisti a Roma, apparso nel "Marzocco" a. XII, nr. 14 (7 aprile 1907). Era firmato dalla "base del Marzocco". Ben diverso due anni prima il giudizio di Papini e Prezzolini sul Convegno fiorentino: cf. G. PREZZOLINI e G. PAPINI, La coltura italiana (Firenze 1905), pp. 15-20.
     56. Un altro connubio "irregolare" si verifica tra il positivismo del Vitelli e la retorica carducciana del Mazzoni (cf. LA PENNA, La Sansoni e gli Studi cit., p. 96) a conferma che le esperienze culturali che caratterizzano questi anni rifuggono da ogni ipotesi di schematizzazione.
     57. Cf. GIGANTE, Valgimigli cit., p. 389.
     58. Questo naturalmente non esclude che, dovunque se ne presenti l'opportunità, i collaboratori di "A. e R." esprimano la loro opposizione ai "criteri estetici" (cf. a. V, 1902, nr. 45, 702), sulla quale cf. RONCONI, op. Cit., p. 213.
     59. Cf. La cultura italiana del '900 attraverso le riviste I, a cura di D. FRIGESSI (Torino 1960), p. 13 e p. 47. I limiti del "Marzocco" non erano sfuggiti al Prezzolini (cf. op. cit., pp. 149-150).
     60. Cf. TREVES, L'ambivalenza del classicismo, in L'idea di Roma cit.
     61. Cf. RAICICH, Gli studi classici cit., p. 233.
     62. L'espressione del Pistelli si riscontra nell'articolo Il greco e il latino negli Stati Uniti, "A. e R. ", a. I, nr. 2, 91. Mi sembra di un certo significato, inoltre, che la "base del Marzocco", nell'articolo apparso il 7 aprile 1907 (a. XII, nr. 14) I classicisti a Roma, dedicato alla cronaca del Convegno di Roma, parli di "scuola umanistica", di "raccolta di umanisti levati in armi a difendere la propria scuola" e definisca Vitelli e D'Ovidio "i più poderosi atleti del classicismo puro".
     63. Cf. G. VOLPE, Italia Moderna, II (Firenze 1949), p. 301 s.
     64. Cf. TIMPANARO, Il primo cinquantennio cit., p. 397 ss.
     65. Cf. TIMPANARO, Il primo cinquantennio cit., p. 402 e RAICICH, Il professore cit., p. 618 s., Gli studi classici nell'Ottocento cit., p. 231.
     66. Contro Giuseppe Chiarini e Ferdinando Martini si lancia Ermenegildo Pistelli sin dal suo primo intervento sul primo fascicolo di "A. e R." cf. La scuola unica, a. I (1898), 25 ss. La polemica col Martini si era già sviluppata sulle pagine della "Rassegna Nazionale" con l'intervento di Francesco D'Ovidio: cf. A. e R." a. IV (1901), nr. 32, 235 n. 1. Per la posizione di N. Fornelli, cf. il volume La pedagogia e l'insegnamento classico (Roma 1908), ristampa del corso di pedagogia tenuto presso l'Università di Bologna nell'a.a. 1888-89.
     67. Un quadro illuminante della situazione in G. CHIARINI, La scuola classica in Italia dal 1860 ai giorni nostri, "Nuova Antologia", s. III, vol. 52, 136 della raccolta (Roma 1884), pp. 250-270.
     68. L'inchiesta, introdotta da una nota della Direzione e aperta con la ristampa di un articolo del D'Ovidio (Il greco), occupò l'intero fascicolo 32 dell'annata ed ebbe delle appendici anche nei fascicoli seguenti.
     69. Per l'inchiesta Scialoia, cf. RAICICH, Le polemiche sugli studi classici e l'inchiesta Scialoia cit.
     70. Cf. RAICICH, Le polemiche sugli studi classici cit., p. 322 e n. 69.
     71. Cf. G. VITELLI, Ai colleghi liceali, "A. e R." a. IV, nr. 32 (1901), 27.
     72. Cf. "A. e R." a. IV, nr. 32 (1901), 247, 259, 257, 277.
     73. Il documento, intitolato Per la scuola classica, si legge in "A. e R." a. V, nr. 38 (1902), 465-477. La citazione è alla col. 469.
     74. Cf. ibid., 477 s.
     75. Così RONCONI, art. cit., p. 214.
     76. Cf. Per la scuola classica cit., 469.
     77. Cf. PISTELLI, La scuola unica cit., 27. La diversità di atteggiamento, in questa fase, viene sottolineata in un articolo di G. CECCARONI, La Riforma della Scuola Media al Congresso di Milano, "A. e R." a. VIII, nr. 84 (1905), 403-405.
     78. Cf. G. RICUPERATI, La Scuola nell'Italia unita, in Storia d'Italia V2 (Torino, Einaudi, 1973), p. 1711. E. Bignone, assumendo nel 1933 la direzione di "Atene e Roma", fece un riferimento a questa circostanza: cf. RONCONI, art. cit., p. 221.
     79. Cf. D'OVIDIO, Il greco cit., 235.
     80. Su questo dato, cf. RAICICH, Le polemiche sugli studi classici cit., p. 316 n. 58.
     81. Così il Pistelli si esprimeva in una recensione a C. GIORNI, Grammatica della lingua greca ad uso dei ginnasi e dei licei, I (Firenze 1901); cf. "A. e R." a. IV, nr. 32 (1901), 294-296 (sp. 295).
     82. L'articolo apparve in "RFIC" 1875, pp. 432-438.
     83. Un riferimento ad Euripide si trova solo nella testimonianza di V. BRUGNOLA, del R. Liceo di Fano, alla col. 274, mentre un altro professore, V. COSTANZI, del R. Liceo di Casal Monferrato, dichiara (e si tratta di un unicum nell'àmbito dell'inchiesta) di aver potuto "interpretare una dozzina di canti di Bacchilide " (col. 277).
     84. Cf. RAICICH, Le polemiche sugli studi classici cit., p. 305 ss.
     85. Nell'inchiesta Scialoia, trent'anni prima, questa coscienza appariva ancora poco diffusa: cf. RAICICH, Le polemiche sugli studi classici cit., pp. 305-307.
     86. Cf., rispettivamente, coll. 260, 289, 262.
     87. M. FUOCHI del R. Liceo Cicognini di Prato, nella sua polemica contro i "grammatici puri" chiede: "Come va che talvolta si commuovano (scil. gli studenti) in rebus fictis come l'Addio di Ettore o il Sogno di Atossa? Certo: bisogna saperli leggere". (Cf. col. 283). Su questo atteggiamento, cf. RAICICH, Gli studi classici nell'Ottocento, cit., p. 291.
     88. Cf. S. TIMPANARO, Uno scritto polemico di Girolamo Vitelli, "Belfagor" 18 (1963) p. 458 s.
     89. Cf. G. SALVEMINI, Scritti sulla scuola, a cura di L. BORGHI e B. FINOCCHIARO (Milano 1966), p. 527. Il Convegno di Milano si tenne nel 1908.
     90. Per questi problemi, cf. RONCONI, op. cit., sp. pp. 212-218.
     91. I1 viene a coincidere anche con il passaggio della rivista alla casa editrice Le Monnier. È l'inizio della seconda serie, o, più propriamente, della "nuova serie".



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